La cicoria (o radicchio selvatico) “Cichorium intybus” era già conosciuta dai Greci e dai Romani che la usavano cruda come insalata attribuendole proprietà terapeutiche tra cui quella di curare l’insonnia; Plinio il Vecchio (23–79 a.C.) nel “Naturalis Historia” la cita evidenziandone le capacità depurative e Galeno (129 d.C.– 210 d.C.) la definisce erba amica del fegato. Apicio (25 a.C.-?) ritenuto il maggiore esperto di gastronomia dell’antichità nel suo De re coquinaria cita nel Liber III, XVIII, il radicchio o cicoria selvatica consigliando di servirla con garum, poco olio …e cipolla affettata (“Intubae ex liquamine, oleo modico,…cepa concisa”)
La radice della cicoria serviva anche per fare un surrogato del caffé,impiego introdotto nel XVII secolo circa a scopo terapeutico dal medico padovano Prospero Alpini, e il cui uso è stato ripreso nel tempo, pensiamo anche all’ultima guerra mondiale, tutte le volte che il caffé era per vicende varie introvabile.
Un tale utilizzo crebbe in Francia dal 1806 al 1813 quando in seguito al blocco imposto dagli Alleati non affluirono più sulle tavole dei francesi prodotti come canna da zucchero e caffé, Napoleone vietò l’uso del caffé a favore del surrogato; con un aumento di domanda gli olandesi incrementarono la coltivazione della cicoria: da qui il nome di caffé olandese che viene dato a tale surrogato.
Il radicchio rosso viene introdotto in Veneto intorno al XV secolo forse nella sua forma spontanea piuttosto diverso da quello che oggi consumiamo come Radicchio tardivo di Treviso.


Il radicchio tardivo di Treviso:
un’invenzione casuale o una tecnica importata?

Per secoli il radicchio è stato un cibo povero molto diffuso nella campagna veneta dove cresceva spontaneo lungo i fossi o al limitare degli orti, per diventare nel tempo, con trasformazioni casuali e selezioni mirate, un prodotto pregiato e ricercato tipico della stagione fredda e simbolo culinario della città di Treviso.
Il primo utilizzo, quindi, fu del radicchio selvatico o cicoria per poi trasformarsi, ad opera del processo di imbianchimento, nel prodotto che oggi consumiamo ed apprezziamo.
La legittimazione vera propria del radicchio rosso avviene ad opera di un agronomo di origine lombarda, Giuseppe Benzi che trasferitosi nel 1876 a Treviso come docente all’istituto tecnico Riccati, e in qualità di responsabile dell’Associazione Agraria Trevigiana, darà vita, il 20 dicembre 1900, alla prima mostra del radicchio che da allora ogni anno, con le sole interruzioni nei periodi della I e II guerra mondiale, la città di Treviso dedica a tale prodotto.
Il quesito di come una cicoria spontanea si sia trasformata nel radicchio di Treviso ha due probabili risposte, una ne fa un evento casuale legato alla dimenticanza di un mucchio di radicchi in un angolo della stalla da parte di una famiglia contadina, e la successiva scoperta nell’atto di rimuovere da questi erbaggi abbondanti le foglie esterne ormai avvizzite e di brutto aspetto, della presenza al centro di un cuore rosso vivo e dall’aspetto turgido.
La seconda ipotesi dovuta a Giuseppe Maffioli (La Cucina Trevigiana, F. Muzzio 1983, 1988) ipotizza una partecipazione a questa nascita (1860-1870) di Francesco Van Den Borre, vivaista che giunto dal Belgio per realizzare parchi e giardini di alcune ville venete della zona di Dosson, abbia applicato le tecniche di imbianchimento, già in uso per le cicorie belghe (Cicoria Witloof o Indivia Belga), alle cicorie locali dando origine al radicchio che conosciamo oggi.